E infatti dell'altro c'è, ma ho sempre il timore che in una fase come questa io abbia una tendenza devastante a confondere i piani.
Sono settimane che mi interrogo sul senso di una relazione che sembra non avere più nulla da darmi...Mi fa male doverlo ammettere, mi fa male doverlo addrittura scrivere, pubblicare, ma la soglia della mia tolleranza è stata decisamente superata. Ho davanti agli occhi l'immagine di una persona diversa, molto diversa da quella con cui ho iniziato una storia diversi mesi fa, e il cambiamento è stato quasi completamente in negativo. Avevo un'idea di amore, un'idea di cosa fosse una storia, una relazione, molto diversa dalla sua e abbiamo saputo reggere il confronto finchè...finchè è accaduto qualcosa di evidentemente catastrofico, che stento ancora a percepire, ad indentificare in un avvenimento ben preciso. So solo che non volevo cambiarlo nè farmi cambiare, ma oggi credo che entrambi siamo due persone peggiori. Io sono insoddisfatta di tutto( certo non solo per colpa sua), lui cerca di evadere dalle responsabilità di un mondo reale attraverso un mondo fittizio. Noi non comunichiamo, e viviamo il nostro dolore ognuno nei suoi alibi, senza metterlo in comune, tranne durante i litigi, in cui ovviamente non è lì per essere risolto, ma per diventare una sorta di posta in gioco. Non voglio chiudere questo rapporto, mi sento molto legata a lui, ho dei ricordi molto belli di questi mesi, mi danno ancora un brivido i suoi abbracci e i suoi sguardi dopo un bacio mi colpiscono ancora dritta al centro dello stomaco, ma ho paura che questo non mi basti più.
Ho cercato per mesi di comprendere il tuo malessere, le tue difficoltà a rapportarti con posti e gente che non ti piacciono, a modificare anche il tuo stile di vita, decisamente solitario, per aprire le porte alla nostra relazione, ma non riesco ad andare oltre. Non ci riesco perchè tu non sei riuscito ad andare oltre quelle porte per me, non ti sei messo mai davvero in discussione, non vuoi entrare nel mio mondo ma hai preteso da subito che io entrassi nel tuo. Ho bisogno che tu mi ascolti davvero, che mi stia vicino quando, come ora, sono in difficoltà, che ti convinca che anche io posso avere bisogno di te. Altrimenti io mi fermo qui, perchè voglio crescere ancora, voglio stare bene, voglio sentirmi compresa. Voglio che tu riprenda un cammino, voglio che tu reimpari a starmi vicino, voglio che tu comprenda il mio malessere e soprattutto che tu faccia qualcosa per farlo sparire...altrimenti, davvero, temo che a sparire sarò io...
…Passano gli anni,
ma 8 sono lunghi…
I momenti di transizione, si sa, non sono facili mai, ed è altrettanto risaputo che il bruco diventando farfalla stenta ad accettarsi e ciò gli provoca sofferenza…comprenderà solo più tardi l’impareggiabile sensazione del volo . Io oggi ho paura che la sofferenza per tentare di diventare farfalla ucciderà solo il bruco…
Ho mille pensieri per la testa, e credo di essere passata poche volte, pochissime anzi, attraverso una cruna così stretta. Il punto focale della mia vita è crollato, e che sia giusto o sbagliato poco importa. Fino a qualche tempo fa avevo una ragione per svegliarmi al mattino, aveva un senso per me attraversare la mia città, anzi le mie città, aveva un senso la parola comunità. Oggi, anzi da prima ancora di quel 28 luglio che ha solo sancito una fine già inesorabilmente iniziata mesi prima, io sono una persona quasi sola. Se qualcuno che non ha mai fatto politica dovesse sentirmi dire questa frase forse non mi capirebbe, ma qui ho la possibilità di spiegarmi…Può un congresso cambiarti la vita? Sì, dannatamente, tristemente, irreversibilmente sì.
La mia scelta, una scelta maturata nel tempo, e soprattutto praticata con critiche, agite e non solo decantate nei comitati politici vari, è una scelta che pur di essere rispettata e onorata, mi ha “tolto” un pezzo di vita. Probabilmente quando ho preso questa decisione non m’immaginavo così nitidamente l’apocalisse che avrebbe provocato, ma oggi così è. Probabilmente quando ho preso questa decisione non ero sola come oggi e quindi tutto mi sembrava più facile. Probabilmente se avessi preso un’altra decisione sarei più serena, meno precaria, meno sola…sarei anche meno io.
Rivendico ogni attimo di tutti gli anni in cui ho fatto politica, da quello in cui a 12 anni ho deciso di candidarmi al consiglio comunale “baby” della mia città (di cui poi sono diventata nientemeno sindaco!) fino a quello del mio voto al congresso scorso, passando per la scelta di non fare una campagna elettorale che ritenevo e ritengo sbagliata, in forme, liste e contenuti.
Rifarei tutto, attimo per attimo, lacrima per lacrima, e non mi pento, bensì mi dolgo. Devo scappare dalla mia terra per riprendermi la mia vita, devo scappare dai miei affetti per non perderne altri, devo scappare dalla mia università per laurearmi…Mi sento attraversata dai paradossi al punto da non sentirmi più io…E adesso che mi sembra di non riconoscermi più voglio e devo ritrovarmi.
Ora sono a bari, qui dove c’è la mia famiglia, dove ci sono i miei amici e le mie amiche, dove c’è tutto il mio passato, fortunatamente, per molti versi, bello. Domani sarò a roma, dove c’è qualche affetto, molto traffico, forse un pezzo del mio futuro. Ho sempre amato roma, e credo di averlo anche scritto precedentemente qui, e non credo di non amarla più oggi; non ho mai odiato bari ma mi sembra di amarla di più oggi… In certi momenti mi sembra di fuggire, mi assale quasi un senso di colpa perché sto lasciando un’università in pieno fermento, un circolo che ha bisogno di tante mani e altrettante teste, una famiglia a cui manco da un po’, degli amici a cui mancherò troppo…Mi sento in colpa perché non ho le forze per affrontare una situazione che richiederebbe 10 volte le energie che io ho in questo momento… Ma la verità è che forse, anche se le avessi, scapperei comunque, perché le forze qui non bastano, qui si richiede un surplus di freddezza e distacco che non fanno parte di me. Ho sperimentato che non riuscirei a passare le mie giornate in un posto in cui non posso più fare quello che facevo prima, e non perché non voglia, ma perché mi è impedito… E’ un po’ come lasciare volutamente qualcuno amandolo ancora (perché è necessario magari per mille ragioni) e non poterci tornare perché lui ama un’altra… e peggio, non poter cambiare casa e dover assistere al compimento del loro amore che in ogni momento ti ricorda che il tuo non c’è più, anzi, che la tua storia non c’è più, ma il tuo amore brucia ancora. Io devo andarmene, perché lontano mi peserà di meno non vedervi, mi peserà di meno non passare le giornate in federazione, mi peserà di meno la distanza tra l’università e la federazione, mi peserà di meno la morte di una rifondazione e quella di tanti sogni che in questo congresso si sono infranti. Chi legge potrà ritenere impossibile che io abbia sostenuto la mozione che ha vinto il congresso, perché avrei dovuto avere di certo un altro spirito, ma forse, chi legge non sa quanto il personale sia davvero politico… Abbiamo fatto un funerale a Chianciano, ne sono convinta, ma a differenza di altr* non credo che il mio partito non esista più, ritengo, semplicemente, che non esista più quel mio partito. I rapporti deteriorati non torneranno ad essere in salute, così come una comunità divisa, completamente, non tornerà più ad essere quella di un tempo. Non si vive di ricordi, lo so, e infatti, dopo il funerale, voglio elaborare il lutto per poter ricominciare. Spero solo di non essermi convinta che il problema sia questo, mentre in realtà è un altro… Ma sono certa, da buona ottimista (:P), che anche se ce en dovessero essere altri, questo è sicuramente un problema!
PIAZZA ALIMONDA
Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido
d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.
Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.
La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita
-Francesco Guccini-
Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.
Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un'altra estate.
Anche la luce sembra morire
nell'ombra incerta di un divenire
dove anche l'alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.
Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.
La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l'inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un'alba antica.
Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.
Fabrizio De Andrè - INVERNO
La nevicata,a cui non ho assistito perchè ero fuori, mi ha fatto pensare, attraverso le foto, a questo brano, struggente e luminoso al tempo stesso di De Andrè. Una nenia che ti accarezza la vita, attraverso immagini così forti che ti spaccano il cuore a metà. Ma in fondo è un mito per questo....