sabato, 25 ottobre 2008

categoria :

E infatti dell'altro c'è, ma ho sempre il timore che in una fase come questa io abbia una tendenza devastante a confondere i piani.

Sono settimane che mi interrogo sul senso di una relazione che sembra non avere più nulla da darmi...Mi fa male doverlo ammettere, mi fa male doverlo addrittura scrivere, pubblicare, ma la soglia della mia tolleranza è stata decisamente superata. Ho davanti agli occhi l'immagine di una persona diversa, molto diversa da quella con cui ho iniziato una storia diversi mesi fa, e il cambiamento è stato quasi completamente in negativo. Avevo un'idea di amore, un'idea di cosa fosse una storia, una relazione, molto diversa dalla sua e abbiamo saputo reggere il confronto finchè...finchè è accaduto qualcosa di evidentemente catastrofico, che stento ancora a percepire, ad indentificare in un avvenimento ben preciso. So solo che non volevo cambiarlo nè farmi cambiare, ma oggi credo che entrambi siamo due persone peggiori. Io sono insoddisfatta di tutto( certo non solo per colpa sua), lui cerca di evadere dalle responsabilità di un mondo reale attraverso un mondo fittizio. Noi non comunichiamo, e viviamo il nostro dolore ognuno nei suoi alibi, senza metterlo in comune, tranne durante i litigi, in cui ovviamente non è lì per essere risolto, ma per diventare una sorta di posta in gioco. Non voglio chiudere questo rapporto, mi sento molto legata a lui, ho dei  ricordi molto belli di questi mesi, mi danno ancora un brivido i suoi abbracci e i suoi sguardi dopo un bacio mi colpiscono ancora dritta al centro dello stomaco, ma ho paura che questo non mi basti più.

Ho cercato per mesi di comprendere il tuo malessere, le tue difficoltà a rapportarti con posti e gente che non ti piacciono, a modificare anche il tuo stile di vita, decisamente solitario, per aprire le porte alla nostra relazione, ma non riesco ad andare oltre. Non ci riesco perchè tu non sei riuscito ad andare oltre quelle porte per me, non ti sei messo mai davvero in discussione, non vuoi entrare nel mio mondo ma hai preteso da subito che io entrassi nel tuo. Ho bisogno che tu mi ascolti davvero, che mi stia vicino quando, come ora, sono in difficoltà, che ti convinca che anche io posso avere bisogno di te. Altrimenti io mi fermo qui, perchè voglio crescere ancora, voglio stare bene, voglio sentirmi compresa. Voglio che tu riprenda un cammino, voglio che tu reimpari a starmi vicino, voglio che tu comprenda il mio malessere e soprattutto che tu faccia qualcosa per farlo sparire...altrimenti, davvero, temo che a sparire sarò io...

Postato da folata alle 14:59
commenti (4)/commenti (4)(popup)
Permalink

sabato, 25 ottobre 2008

categoria :
foto_farfalle_325

…Passano gli anni,

ma 8 sono lunghi…

 

I momenti di transizione, si sa, non sono facili mai, ed è altrettanto risaputo che il bruco diventando farfalla stenta ad accettarsi e ciò gli provoca sofferenza…comprenderà solo più tardi l’impareggiabile sensazione del volo . Io oggi ho paura che la sofferenza per tentare di diventare farfalla ucciderà solo il bruco…

Ho mille pensieri per la testa, e credo di essere passata poche volte, pochissime anzi, attraverso una cruna così stretta. Il punto focale della mia vita è crollato, e che sia giusto o sbagliato poco importa. Fino a qualche tempo fa avevo una ragione per svegliarmi al mattino, aveva un senso per me attraversare la mia città, anzi le mie città, aveva un senso la parola comunità. Oggi, anzi da prima ancora di quel 28 luglio che ha solo sancito una fine già inesorabilmente iniziata mesi prima, io sono una persona quasi sola. Se qualcuno che non ha mai fatto politica dovesse sentirmi dire questa frase forse non mi capirebbe, ma qui ho la possibilità di spiegarmi…Può un congresso cambiarti la vita? Sì, dannatamente, tristemente, irreversibilmente sì.

La mia scelta, una scelta maturata nel tempo, e soprattutto praticata con critiche, agite e non solo decantate nei comitati politici vari, è una scelta che pur di essere rispettata e onorata, mi ha “tolto” un pezzo di vita. Probabilmente quando ho preso questa decisione non m’immaginavo così nitidamente l’apocalisse che avrebbe provocato, ma oggi così è. Probabilmente quando ho preso questa decisione non ero sola come oggi e quindi tutto mi sembrava più facile. Probabilmente se avessi preso un’altra decisione sarei più serena, meno precaria, meno sola…sarei anche meno io.

Rivendico ogni attimo di tutti gli anni in cui ho fatto politica, da quello in cui a 12 anni ho deciso di candidarmi al consiglio comunale “baby” della mia città (di cui poi sono diventata nientemeno sindaco!) fino a quello del mio voto al congresso scorso, passando per la scelta di non fare una campagna elettorale che ritenevo e ritengo sbagliata, in forme, liste e contenuti.

Rifarei tutto, attimo per attimo, lacrima per lacrima, e non mi pento, bensì mi dolgo. Devo scappare dalla mia terra per riprendermi la mia vita, devo scappare dai miei affetti per non perderne altri, devo scappare dalla mia università per laurearmi…Mi sento attraversata dai paradossi al punto da non sentirmi più io…E adesso che mi sembra di non riconoscermi più voglio e devo ritrovarmi.

Ora sono a bari, qui dove c’è la mia famiglia, dove ci sono i miei amici e le mie amiche, dove c’è tutto il mio passato, fortunatamente, per molti versi, bello. Domani sarò a roma, dove c’è qualche affetto, molto traffico, forse un pezzo del mio futuro. Ho sempre amato roma, e credo di averlo anche scritto precedentemente qui, e non credo di non amarla più oggi; non ho mai odiato bari ma mi sembra di amarla di più oggi… In certi momenti mi sembra di fuggire, mi assale quasi un senso di colpa perché sto lasciando un’università in pieno fermento, un circolo che ha bisogno di tante mani e altrettante teste, una famiglia a cui manco da un po’, degli amici a cui mancherò troppo…Mi sento in colpa perché non ho le forze per affrontare una situazione che richiederebbe 10 volte le energie che io ho in questo momento… Ma la verità è che forse, anche se le avessi, scapperei comunque, perché le forze qui non bastano, qui si richiede un surplus di freddezza e distacco che non fanno parte di me. Ho sperimentato che non riuscirei a passare le mie giornate in un posto in cui non posso più fare quello che facevo prima, e non perché non voglia, ma perché mi è impedito… E’ un po’ come lasciare volutamente qualcuno amandolo ancora (perché è necessario magari per mille ragioni) e non poterci tornare perché lui ama un’altra… e peggio, non poter cambiare casa e dover assistere al compimento del loro amore che in ogni momento ti ricorda che il tuo non c’è più, anzi, che la tua storia non c’è più, ma il tuo amore brucia ancora. Io devo andarmene, perché lontano mi peserà di meno non vedervi, mi peserà di meno non passare le giornate in federazione, mi peserà di meno la distanza tra l’università e la federazione, mi peserà di meno la morte di una rifondazione e quella di tanti sogni che in questo congresso si sono infranti. Chi legge potrà ritenere impossibile che io abbia sostenuto la mozione che ha vinto il congresso, perché avrei dovuto avere di certo un altro spirito, ma forse, chi legge non sa quanto il personale sia davvero politico… Abbiamo fatto un funerale a Chianciano, ne sono convinta, ma a differenza di altr* non credo che il mio partito non esista più, ritengo, semplicemente, che non esista più quel mio partito. I rapporti deteriorati non torneranno ad essere in salute, così come una comunità divisa, completamente, non tornerà più ad essere quella di un tempo. Non si vive di ricordi, lo so, e infatti, dopo il funerale, voglio elaborare il lutto per poter ricominciare. Spero solo di non essermi convinta che il problema sia questo, mentre in realtà è un altro… Ma sono certa, da buona ottimista (:P), che anche se ce en dovessero essere altri, questo è sicuramente un problema!

Postato da folata alle 00:52
commenti /commenti (popup)
Permalink

lunedì, 22 settembre 2008

categoria :

                        PIAZZA ALIMONDA

 

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido
d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.

Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,

appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita

-Francesco Guccini-



Postato da folata alle 01:23
commenti (3)/commenti (3)(popup)
Permalink

giovedì, 26 giugno 2008

categoria :
SONO VIVA E HO RECUPERATO LA PASSWORD!SCUSATE TUTT* E GRAZIE PER NON AVERMI DIMENTICATA...IN FONDO ERA FACILE! STANOTTE Nè VOGLIA Nè ISPIRAZIONE....TROPPO TRISTE E AMAREGGIATA PER NON CONFONDERMI NELLA BANALITà...TORNO PRESTO....SPERO!

TANTI BACI A CHI VORRà PASSARE,

TANTISSIMI A CHI MI DIRà CHE è PASSAT*!
Postato da folata alle 03:09
commenti (5)/commenti (5)(popup)
Permalink

venerdì, 21 dicembre 2007

categoria :

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un'altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell'ombra incerta di un divenire
dove anche l'alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l'inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un'alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

                                         Fabrizio De Andrè - INVERNO

La nevicata,a cui non ho assistito perchè ero fuori, mi ha fatto pensare, attraverso le foto, a questo brano, struggente e luminoso al tempo stesso di De Andrè. Una nenia che ti accarezza la vita, attraverso immagini così forti che ti spaccano il cuore a metà. Ma in fondo è un mito per questo....

Postato da folata alle 01:48
commenti (7)/commenti (7)(popup)
Permalink

martedì, 18 dicembre 2007

categoria :
Non è un bilancio quello che sto per fare, semplicemente un tentativo di non arrivare impreparata verso un anno che non sarà più semplice del precedente. Il punto non è farlo perchè c'è il rituale del capodanno o delle feste natalizie che detesto abbastanza, ma semplicemente che mi trovo di fronte ad un guazzabuglio di fatti, emozioni, vissuti, relazioni, che hanno bisongo di essere razionalizzate. Non nel senso di inserimento in categorie del razionale, ma nel senso di messa in ordine, a sistema e a valore, di turbini a volte troppo veloci. Ho collezionato ruoli, incarichi, viaggi, begli interventi, emozioni intense e travolgenti, qualche delusione, qualche relazione sterile, qualcun'altra poco più stimolante; ho collezionato consensi e dissensi, amici e nemici, forza e debolezze. Ho fatto incetta di tutto quello che potevo accogliere, di tutto quello che poteva trovare spazio dentro me, dentro la mia anima, dentro il mio destino. Forse l'ho fatto per tentare di riempire un vuoto che altrimenti sarebbe rimasto tale.
 Ho cercato di non lasciarmi spazi vuoti perchè sapevo che potevano diventare vortici entro cui venir risucchiata senza nemmeno accorgermene; magari giusto il tempo di una telefonata. E allora ho pensato che dare tanti sensi alla mia vita mi avrebbe fatto bene, ho pensato che la ricostruzione dell'individuo partiva da lì, ho pensato che in quello spazio vuoto tu non dovessi più rientrarci. E così è stato. In maniera confusionaria, a volte forse in maniera frenetica, io oggi sono altro da te ma non da me, e non esisto più nel riflesso, sbiadito, di una gioia troppo antica per poterne ricordare anche il sapore, l'odore. Esisto nelle sofferenze quotidiane, nelle gioie dei sorrisi di chi mi vuole bene davvero, esisto nei miei ritardi e nella mia distrazione, esisto nelle mie urla, nelle mie corse frenetiche, nei baci e negli abbracci dati a chi condivide un pezzetto di strada con me. Esisto anche nei miei disastri, nelle delusioni che a volte, involontariamnete, mi trovo a dare, nelle litigate furiose con alcune figure costanti della mia vita, esisto nel mio essere fuori corso all'università, esisto nella mia precarietà economica ed esistenziale, esisto nel mio corpo di donna, nel mio genere, nella mia generazione. Anche dai sentimenti bisogna sapersi emancipare. Ci sono sentimenti che è bene lasciare decantare, fino a quando non saranno senza sapore, fino a quando avranno perso anche l'ultima goccia di alcool e di gusto, fino a quando non saranno ininfluenti ai fini della vita e del suo scorrere. Non inciampare più, se non attraverso qualche nostr* car*, nelle vite l'uno dell'altra ci ha fatto evidentemente bene, ci ha fatto forse guardare i fotogrammi della nostra vita assieme in maniera più distante e forse più nitida, in un meccanismo di astigmatismo emozionale che ci affligeva. Poi ovviamente le nostre differenze, quelle che ci separavano e ci separeranno, sempre più forse, e che in qualche modo hanno costituito il baluardo delle nostre identità, il punto di ripartenza quando tutto sembrava cadere a pezzi, così piccoli che sembravano cenere. Forse ce l'abbiamo fatta, e forse il simbolico vince ancora sulle nostre vite, sulle nostre decisioni: i numeri non sempre sono una lotteria, a volte sono la prova schiacciante della metodicità, della ripetizione, della non casualità.  Ho imparato a volermi bene e per farlo dovevo necessariamente volerne di meno a te. Mi sono fatta violenza molte volte, ma ora so che ho fatto più che bene: spettava a me, perchè nel nostro immaginario ero la più forte. Anche se così non è almeno il merito di quello che siamo oggi sento di volermelo prendere tutto, di poterlo fare. In fondo non sono la persona schifosa che credi, e che con serenità dichiari che sia. Forse è colpa della cristallizzazione attraverso cui credi di potermi leggere ancora e non ti accorgi che mi distorci.
E’ un punto inquietante quello che provo a mettere qui, ora. Un punto inquietante perché pure se fermo sarà sempre un punto interrogativo nell’abisso del mio relativismo, e perché fa decisamente strano mettere un punto esattamente laddove si era aperto il capoverso….ancora il destino? Bè, spero che si tolga dalla mia vista per un po’, assieme ai tanti maestri in cui si inciampa nei cammini di ogni giorno. Tanto l’alba abbiamo imparato a leggerla assieme anche dentro le notti più buie, senza maestri ma con tante speranze. Io so farlo ancora…
Postato da folata alle 03:06
commenti (3)/commenti (3)(popup)
Permalink

venerdì, 30 novembre 2007

categoria :
BENNY VIVE!
Forse ho trovato una ragione a questo senso di nausea. Forse non si tratta delle poche ore di sonno di questa notte, anzi, delle ore di sonno assenti in questa notte appena trascorsa, né del cibo del cinese che mi è rimasto sullo stomaco, né di questa città con tutte le sue zanzare e i suoi fascisti. E non si tratta nemmeno di nausea da cotta o innamoramento, perché non sarebbe la stessa. Questa nausea è figlia della rabbia, della tensione, del dolore per fortuna impercettibile, della giornata trascorsa prima di questa. Una giornata non semplice, una giornata iniziata bene e finita altrettanto, una giornata trascorsa tra ansie incalzanti, voglia di morderla e voglia che finisse. 30 anni sono passati, sono passati 30 anni da una notte fredda, buia, scura, nera per la democrazia di questa città, per tutt* noi, per i/le compagn* di ieri e quell* di oggi, per chi ti voleva bene, per Bari vecchia che sognavi di riqualificare, per le strade , gli uomini e le donne che volevi contribuire a liberare da oppressioni e oppressori. Una giornata che proviamo ogni anno a colorare non solo di rosso con le bandiere, una giornata simbolo dell’antifascismo barese, una giornata che oggi ha riempito, dopo tanti anni, una piazza e un teatro, per ricordarti, per non dimenticarti, per non dimenticare che dietro ogni angolo sono pronti a riscrivere la storia, ma non potranno mai riscrivere il dolore, la passione, l’amore con cui gli uomini e le donne vivono le loro storie, poi riunite in una memoria collettiva che è patrimonio dell’umanità.
Giorni pesanti prima di ieri, passati a fare assemblee con ragazz* troppo giovani, irrequiet*, irruent* per pensare che anche la non-violenza può essere un argomento, che non-violenza e proposta politica, culturale e sociale sono l’unica risposta che possiamo dare alla violenza squadrista, anzi l’unica proposta alternativa che abbiamo per la società. La violenza è comoda, immediata, bruciante; la violenza serve a chi ha crisi d’identità e la usa per riprodursi, all’interno di logiche maschili e maciste; serve per legittimare l’illegittimabile, e cioè per rendere le differenze disuguaglianze, per evitare il confronto con le differenze, che , come è noto, scalfiscono sempre qualche certezza. Ma quanto conta una certezza? Quanto è vera una certezza? Nulla, affatto.
Ed io che certezza ho della tua buona fede? Ed io che certezza ho del tuo essere venuto liberamente per passare del tempo con me, per vedermi che non ci si vedeva da tanto, per avere un confronto sereno a partire dalle nostre differenze? Quale certezza che il nostro rapporto non venga utilizzato come ennesimo strumento nelle mani di un potere che tollero sempre meno? Quale certezza che ogni tuo bacio, ogni tua carezza, ogni tuo sussurro non fosse un tentativo vile di appiattirmi su uno stereotipo di genere? Vorrei fidarmi delle tue carezze, ma soprattutto vorrei fidarmi dei tuoi occhi e delle tue parole che, ingenuamente, mi chiedono di scoprirmi di più. E non fisicamente, quella è un’altra storia. Mentalmente, politicamente. Ed oggi dopo averti lanciato su un aereo che andava a nord-ovest ho riflettuto sulle nostre conversazioni, ho riflettuto sulle tue richieste, esplicite, ho riflettuto sulla veridicità delle tue parole, ho riflettuto su quanto faccio bene a non fidarmi…finchè non ti guardo negli occhi e mi sembri un dolcetto così buono che se non lo mangio subito lo inghiottirà un altr*. Sto ancora cercando un tovagliolino però, perché ho un po’ paura di sporcarmi le mani e la bocca…e nel frattempo credo di aver fatto la scelta giusta a non dirti nulla e a darti forse anche meno. Mi sono risparmiata l’ennesimo nodo nel mio povero stomaco, che oltretutto ne custodisce già un altro col tuo nome e il tuo cognome, assieme ad altri anonimi o ben identificati, ma comunque insolvibili. Ecco, forse la nausea parte di qui, ma non finisce di certo…per i fascisti di questa, come di altre città ho nausea costante, un conato di vomito, un rigurgito sempre vivo nella mia gola…ovviamente una nausea diversa da quella di chi, come te, deve solo convincermi che ha davvero capito che intendo quando dico che “il personale è politico e viceversa”. Relazioni costanti, possenti, vere, intrecciate, così mi passa la nausea; comunità a partire dalle differenze.
Non posso difendermi dalle delusioni, non posso essere immune dalle bugie di altr*, non posso avere la certezza che chi ho di fronte parta, come me, da sè, non posso avere certezze sul posto che ognun* da alle relazioni. Io credo che ogni mio passo, ogni mia vittoria, ogni mia sconfitta, ogni mia possibilità e ogni possibilità a me negata siano frutto di relazioni, esistenti o inesistenti, vere o false, sincere o putride. Io non cambierò per voi, io continuerò a metterle al primo posto, anche quando sarà ormai chiaro che per voi sono all'ultimo. Io continuerò a credere che le donne e gli uomini di una comunità esistano a prescindere dalla comunità che li ha resi, appunto, una comunità. Io crederò ancora che davvero esiste un legame tra individui, tra corpi, tra pensieri in cofronto, esattamente come tu mi dici di ritenere. Io voglio crederti, voglio credere a tutt* quell* che appartengono alla mia comunità e che mi dicono questo con la stessa dolcezza e lo stesso trasporto. Speriamo siate in poch* a fingere...
 
Postato da folata alle 02:08
commenti (3)/commenti (3)(popup)
Permalink